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Articolo 18: Va abolito SI o NO ?

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Il Ministro Angelino Alfano

Il Ministro Angelino Alfano

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Da un po’ di giorni è scontro all’interno della maggioranza. A dare i via alle polemiche è stato il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, che come ha dichiarato su Repubblica, al momento servono tre mosse per i prossimi tre mesi, al fine di dare una vera smossa al Paese. La prima è quella di “abolire l’articolo 18, entro fine agosto”, come segnale di semplificazione delle regole. Seguono poi il pagamento di “quindici miliardi di debiti della pubblica amministrazione entro la fine di settembre” ed infine la possibilità per gli imprenditori di “pagare le tasse non quando fatturano ma solo quando incassano”.

Quindi, secondo Alfano, la normativa sui licenziamenti è “un totem degli anni settanta” e “non è stata abolita finora perché ha retto un asse fra il Pd e il sindacati” – ecco perché in 20 anni di governo Berlusconi, Alfano&Co. l’art. 18 non è stato cancellato – ma ormai è vitale la necessità di dare un lavoro a chi non ce l’ha, liberando da lacci e lacciuoli l’imprenditore che vuole assumere qualcuno. Il leader di Ncd poi si dice sicuro che per una sollecita risposta da parte del mondo imprenditoriale sia necessario “sbloccare l’idea che un’assunzione sia un matrimonio a vita”.

Alfano trova subito l’opposizione del PD, da parte di un altro Ministro del governo Renzi, Marianna Madia e dal Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, il quale esclude l’abolizione dell’articolo 18 ma propone una revisione dei contratti. “Se ci infiliamo nel solito braccio di ferro sull’articolo 18 non portiamo a casa nulla” e più che partire dai licenziamenti, dobbiamo “uscire dal vecchio conflitto impresa-lavoro e ragionare su partecipazione responsabile, condivisione, cooperazione”, come dichiarato sul Corriere della Sera.
Nel disegno di legge delega, spiega, “affronteremo tutti gli aspetti del mercato del lavoro, riscrivendo lo statuto, come ha detto Renzi, dagli ammortizzatori alla revisione dei contratti, compresa l’introduzione del contratto di inserimento a tutele crescenti”. Tale contratto va reso secondo Poletti “meno oneroso per l’impresa, alleggerendo il carico fiscale e contributivo”, rendendolo una opzione preferibile al contratto a termine senza causale.

Le parole di Poletti, riaccendono inevitabilmente, il dibattito politico. Il Presidente del Ncd Maurizio Sacconi insiste “Il ministro del Lavoro sembra escludere correzioni e integrazioni alla delega lavoro nonostante il presidente Renzi abbia esplicitamente ipotizzato il superamento dello Statuto dei Lavoratori”, ed ancora, “la flessibilità nel solo primo triennio” del contratto di inserimento sarebbe “non solo inutile in relazione ai contratti a termine ma soprattutto negativa per i contratti di apprendistato che ne sarebbero scoraggiati”.

Insomma, è palese la consapevolezza dei nostri cari politici al governo che l’abolizione dell’art. 18 non crea nessun posto lavoro.

Inoltre è chiara e sintomatica la loro impotenza di fronte alla crescita esponenziale della disoccupazione giovanile.
L’abolizione dell’art. 18 (unico baluardo a difesa dei lavoratori) invece serve solo alle grosse aziende per poter licenziare in modo indiscriminato i lavoratori che, con l’ultima riforma Fornero, sono obbligati a lavorare fino a 67 anni di età ovvero fino a 42 anni di contribuzione.

Come si fanno a creare nuovi posti di lavoro se si aumenta l’età pensionabile?

Come si fa a capire con quale logica la Fornero ha partorito una legge – con il silenzio delle forze politiche di sinistra e soprattutto dei sindacati, oggi indignati – che, per creare “mobilità”, innalza i requisiti minimi di pensionamento?

A TUTTI I SINDACATI: SVEGLIATEVI !!.. O ANDATE IN PENSIONE.

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Zio Auditore
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